Tre Cime di Lavaredo: mai per scelta

 

"La realtà si presenta a Bardet nell'espressione contorta di Kwiatkowski, che getta gli occhiali e torna in testa al gruppo, ce l'ha scritto negli iridi che non ce la fa più, eppure spinge ancora, e ancora..."
_ da Bidon - Comme l'eau vive, TDF 2017 _

 
 

Ancora oggi la salita alle Tre Cime è un itinerario che affronto poche volte… PHOTO ©GIUSEPPEGHEDINAFOTOGRAFO

Uscire dall’ombra il primo mattino. PHOTO ©GIUSEPPEGHEDINAFOTOGRAFO

Esiste un richiamo, una vocina che mi invita… PHOTO ©GIUSEPPEGHEDINAFOTOGRAFO

 
 

Questa pagina di ciclismo non si è scritta lungo questa salita, ma molte altre espressioni contorte hanno segnato i volti lungo questa strada. Siano atleti professionisti e non, l'asfalto per le Tre Cime di Lavaredo è pur sempre bagnato da pura sofferenza.
Il mio primo ricordo legato a questa salita, mi vede battere in ritirata.
Agli albori della mia storia ciclistica salivo da Auronzo spavalda fino a Misurina, ma appena incontrate le rampe che portano al Lago d'Antorno, ne fui così impressionata che non pensai di potercela fare. 
Vi confido che al tempo pedalavo con un rapporto di cui non conoscevo la portata, un 39x25 con il quale facevo tutto. D'altronde non avevo altro. Tutto tranne le Tre Cime. Rimasi seduta sul prato in prossimità del casello del pedaggio ad aspettare i miei amici che proseguirono la salita, convinta che fossero dei folli. Il nostro giro quel giorno non finì lì, mi vide ridiscendere la strada per Dobbiaco, salire al Passo di Monte Croce Comelico e sofferente affrontare l'ultima asperità, il Passo di Sant' Antonio, prima di conquistarmi la fontana in centro ad Auronzo, dove, senza pudore mi gettai, piedi, testa, tutto quanto potesse darmi sollievo.

Ancora oggi la salita alle Tre Cime è un itinerario che affronto poche volte, nonostante la vicinanza. Mai per scelta...Esiste un richiamo, una vocina che mi invita un paio di volte all'anno. Come per le migliori ferrate, dopo le prime rampe, giunta al Lago d' Antorno so se sia il caso di proseguire o meno perché a differenza di molte salite, che affrontate più volte sembra che spianino con l'abitudine, alla maledetta sensazione che a ogni chilometro percorso si sussegua uno ancora più faticoso, non sono mai riuscita ad abituarmi. Nemmeno i tornanti danno sollievo. Sembra che l'asfalto si avvicini sempre di più al proprio naso. 

 
 

Il susseguirsi di tornanti degli ultimi 4 chilometri. PHOTO ©GIUSEPPEGHEDINAFOTOGRAFO

Il rettilineo prima del parcheggio del Rifugio Auronzo. PHOTO @GIUSEPPEGHEDINAFOTOGRAFO

 
 

Le volte in cui ci sono salita le ricordo tutte.
Di primo mattino quando ancora l’omino al casello ha lo sportellino chiuso. Il sole qui deve ancora arrivare e all’ombra gli sfreccio accanto. Ritengo che di noi ciclisti che ci vegliamo all’alba per salire pensi che siamo dei folli; forse pensa lo stesso della carovana di persone che nel giro di poco tempo sosterà davanti a lui per ore in piena stagione per salirvi in auto. Se non sono di animo competitivo, mi fermo a fotografare il capitello che a grandi lettere segna la distanza fino alla vetta : Km 6.
Arrivare al parcheggio sotto il Rifugio Auronzo prima delle corriere di linea è il miglior trofeo che possa ritirare. Ci siamo solo io e l’omino del parcheggio che raccoglie le carte da bordo strada, sistemando al meglio tutto il piazzale. Lo spettacolo sta per iniziare.

Se ritardo dal salirvi al mattino, incontro diversi avventori di giornata che costantemente metto nel mirino. A volte vinco io. Altre volte la noncuranza con cui qualcuno ci sale, mi distrae dal mio proposito di rimanere concentrata. Sorpassata con facilità sorprendente da un pacco pignoni che non contava più di 23 denti, cosciente che l’arrivo fosse a pochi metri, ho desistito dal voler scendere per completare la salita a piedi.

Un fresco pomeriggio di fine settembre, ultimo giorno di lavoro di una lunga stagione, partii nel pomeriggio inoltrato per un giro d’aria verso Misurina. Non riuscii a dirle di no. Non ero mai salita a quell’ora. Si sarebbe fatto tardi. Si fece tardi. Ricordo il freddo in discesa, le ombre non c’erano più, i colori dei larici infuocati ormai spenti dal buio. Ma quel giorno capii che qualunque ora sia, valga il richiamo della meta.

Vi salii un giorno con rabbia in un momento difficile della mia vita, confidando nella sua magnanimità. Magnanima? Certo che non lo fu. Mi spinse sul fianco, mi mostrò la ghiaia a bordo strada, mi spingeva con una mano lungo una dorsale, mi soffiava addosso sulla successiva. Non comprendevo perché ce l’avesse così insistentemente con me quel giorno. Raggiunsi la terrazza del rifugio e tenendo il manubrio con entrambe le mani rimasi a guardare la giacca antivento che rumorosamente sbatacchiava sul mio braccio.
Volle vedere fino a che punto la mia rabbia fosse caparbietà e quanto debolezza. Ma mi vide scendere felice e di questo la ringrazio.

 
 

Superato il Rifugio Auronzo la strada si fa sterrata. PHOTO ©GIUSEPPEGHEDINAFOTOGRAFO

Infine vi salii varcando i confini dell’asfalto. Sullo sfondo i Cadini di Misurina. PHOTO ©GIUSEPPEGHEDINAFOTOGRAFO

 
 

Infine vi salii varcandone i confini dell’asfalto, puntando a Nord, laddove la difficoltà non sta nel vincere la pendenza ma nel reggersi in piedi tra le ghiaie e dove il fiatone non è dato dalla frequenza di pedalata ma dalla magnificenza della visione delle pareti Nord quando, giunti a Forcella Lavaredo, il grande miracolo dell’equilibrio della natura disorienta.
Il vuoto dello spazio sembra voler sorreggere le imponenti pareti. Arrivarci per la prima volta in equilibro su due ruote è provare quella stessa sensazione di Kwiatkowski…non ce la fai più, ma spingeresti ancora, e ancora. E ancora.

 
 

Forcella Lavaredo e le pareti Nord. PHOTO ©GIUSEPPEGHEDINAFOTOGRAFO

 
 

Il traguardo delle Tre Cime rimane sempre impegnativo, qualunque sia la forma. La strada per le Tre Cime di Lavaredo è sempre aperta. Non è percorribile in bicicletta nei mesi invernali nei quali è possibile salirla con gli sci da scialpinismo o in motoslitta .
Per descrizione, pendenze, consigli vi rimando

 

Ma serviranno a poco..."in salita si deve pedalare e zitti, la psicologia conta poco" _dalla rivista Cyclist_

questo post é un Articolo apparso sulla rivista ALVENTO MAGAZINE n.4 aprile 2019_